Ci sono giornate in cui la voglia di salire in moto è più forte del buon senso. Giorni in cui ti affacci alla finestra, vedi il sole, ignori il termometro e pensi: “Dai, ce la posso fare”. Questa era una di quelle giornate. Spoiler: non ce l’ho fatta.
Il rituale è sempre lo stesso. Sottotuta termico, giacca invernale, guanti “quelli pesanti”, casco chiuso come una cassaforte. Davanti allo specchio sembro pronto per una spedizione artica, non per un giro in moto. Ma l’entusiasmo è alto, il motore chiama, e io rispondo.
Accensione. Il rumore familiare del motore che parte regala subito una falsa sensazione di calore e sicurezza. I primi metri scorrono lisci, quasi incoraggianti. “Vedi? Esageravi”, mi dico. Grave errore.
Bastano pochi minuti perché il freddo inizi a farsi sentire davvero. Non quello romantico da inverno vissuto all’aria aperta, ma quello cattivo, che si infila ovunque: nelle dita, nelle ginocchia, nei pensieri. Il vento diventa un avversario, l’asfalto sembra più ostile del solito e ogni semaforo è un conto alla rovescia verso l’ipotermia.
Arrivo alla rotonda di Polverara. Ed è lì che succede l’inevitabile: la resa. Le mani sono rigide, la concentrazione cala e la domanda sorge spontanea e lucidissima: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. In quell’istante capisco che non è una questione di coraggio o passione. È semplicemente troppo freddo. Punto.
Inversione a U mentale (e poi reale), direzione casa. Nessun rimpianto, solo la consapevolezza di averci provato. Perché sì, la moto è libertà, è passione, è adrenalina… ma è anche rispetto per se stessi e per i propri limiti, soprattutto quando l’inverno decide di farsi sentire sul serio.
La moto può aspettare. Le strade non scappano. E Polverara, con la sua rotonda, oggi ha segnato il confine tra l’entusiasmo e la saggezza. Alla prossima uscita, magari con dieci gradi in più.





